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*per quelli che si chiedono: "how could I do my job and still have time to think?"*

 

 

 

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[gli italiani quando sono in due si confidano segreti, tre fanno considerazioni filosofiche, quattro giocano a scopa, cinque a poker, sei parlano di calcio, sette fondano un partito del quale aspirano tutti segretamente alla presidenza, otto formano un coro di montagna]



Ascolta il profumo dell'ottimismo


15 maggio 2006


Il discorso che avrei voluto sentire

Cari colleghi, signor presidente della Camera, la politica italiana è entrata da tempo nel canyon profondo dell’anomalia. Anomali gli attori, anomale le procedure, anomala la prassi, anomale le forme di sostentamento. La mia elezione a presidente della Repubblica, ultraottantenne e non rappresentativo di alcuno dei nuovi filoni politici del secolo da pochi anni iniziato, rappresenta il simbolo massimo di questa anomalia. Io non dovrei essere qui, non dovrei pronunciare questo discorso. La politica italiana è ammalata di assenza di nuova linfa. Le fonti per la formazione di nuova classe dirigente sono prosciugate da anni. Non affluisce vita nelle vene di questo parlamento, sempre più imbalsamato come raffigurato dal mio volto di vecchio comunista da Guerra Fredda. Mi assumo, quindi, la responsabilità di essere il simbolo di questa crisi e mi impegno a guidare l’Italia oltre la transizione infinita, per costruire un’alternanza piena e un travaso vero di novità e di movimento dentro questa teca impolverata che è la Repubblica Italiana. Mi auguro che anche voi vogliate agire in questa direzione. Viva l'Italia, viva la Libertà!

Giorgio Napolitano




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12 maggio 2006


Luna

E' piena? Non è piena? Dopo il Green T non so. La luce è favolosa. Ti amo, moon.




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8 maggio 2006


Abolire il Quirinale

La costituzione materiale è cambiata da un pezzo; ora c'è l'elezione diretta del premier, il bipolarismo e una specie di premierato temperato. La Prima Repubblica è passata da un pezzo, i partiti si sono trasformati da strumenti democratici delle masse in comitati leaderistici sul modello delle lobby politiche americane. E allora oggi il Quirinale non ha più senso, perché quando è stato concepito aveva funzioni indiscutibili e non scritte che oggi non hanno più motivo di esistere, in quella forma. Oggi un cinquantenne ambizioso e politicamente pesante come Massimo D'Alema potrebbe fare del Quirinale una specie di Eliseo castrato, situazione inconcepibile in tempi in cui al Colle saliva solo un notabile chiamato a fare il notaio. Il Quirinale ha poteri pazzeschi, che assumono forza in base a chi è l'inquilino. Oggi un presidente della Repubblica che decide quando sciogliere le camere, respinge le leggi, accede ai servizi e ai loro dossier, guida le forze armate, guida la magistratura, ecco una roba del genere regalata ad un solo politico, neanche eletto dal popolo ma comunque proveniente dalla politica, non ha più senso. Se cambiano i pesi, ovvero i poteri formali e sostanziali del premier, devono cambiare anche i contrappesi. Se vogliamo andare verso una repubblica presidenziale, o semipresidenziale, lo si stabilisca con una discussione politica, una nuova costituente, non per forzature. Caro D'Alema, se arrivi al Colle devi immediatamente abolirlo.




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29 marzo 2006


Caro caimano, l'Italia è una e kadima

Sollecitato da un'ampia percentuale dei mei lettori (guarins in un commento del post precedente), dico anch'io la mia sul Caimano. Premesso che non si poteva dire meglio di così, specifico il punto 5: il film spiega alla perfezione come quella sinistra, i nani moretti, non sia riuscita in questi anni ad afferare per nulla Silvio Berlusconi. Non lo capiscono, non c'è niente da fare. O lo odiano, o cercano di imitarlo. Ma non lo comprendono. Per loro è solo un problema giudiziario, una questione di malavita palazzinara. Ma a me Raitre fa schifo.

Poi. C'è una cosa che mi fa incazzare del nanimoretti pensiero: questa foga nel dire che ci sono due italie, che ci sono i buoni e i bavosi, che loro sono quelli puliti e gli altri gli untuosi, che da una parte ci sono i lego e dall'altra la televisione. Ma di cosa parla? A chi interessa la sua indignazione permanente? A chi frega qualcosa dello stalliere Mangano? L'Italia gira e procede senza l'ossessione patologica del Cavaliere che hanno i nanimor, senza il bisogno di un capro espiatorio di tutte le colpe, piove Berlusconi ladro. L'Italia è una e kadima, iniziate ad abituarvi all'idea. La finale di Amici l'abbiamo vista tutti.




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23 febbraio 2006


Compagni, rivoluzione!

Chiamatela rivolta, subbuglio, caos, risoluzione. Urge la rivoluzione. Urge la ribellione. Urge la presa di potere. Non è il vostro guru di riferimento che vi parla, ma la vostra coscienza, il vostro inconscio, la vostra trasmissione tv preferita, sia Porta a Porta o Amici. Cari tronisti, datevi una mossa, please. Quanti anni luce ancora volete subire i soprusi del vostro capo, della vostra donna, dei vostri genitori, del vostro barista? Finiamola col chiedere un cappuccino e farcelo dare con la spruzzatina di cioccolato! Noi il cioccolato non ce lo vogliamo. E dobbiamo dirlo a chiara voce. A noi la polverina dolcificante ci fa schifo, e il cappuccio lo prendiamo con un quarto di bustina di zucchero, il minimo indispensabile per non morire, ma anche per non compromettersi irrimediabilmente. Come on, girls. Volete stare tutta la vita a mostrare le cosce senza poter decidere sul colore della mutandina? Forza, prendetevelo il potere di stabilire a quale enoteca si aperitiva. Prendetevi il potere di scegliere se prosecco o bianco, se sagrantino o barbaresco. Chi ha le palle le tiri fuori, o taccia per sempre.




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5 gennaio 2006


Arriveranno i nani moretti?

Con tutto questo puzzo di benzina che infesta gli studios del potere, mezzi infiammati e mezzi no, mezzi ruspati e mezzi in piedi, con tutte queste macerie virtuali che al massimo ci alzeranno ancora un altro po' le imposte sui conti correnti ma niente di più per noi popolo orgogliosamente bue, mi chiedo: e se arrivasse una agguerrita banda di nani moretti e rimettesse tutto in discussione? Anche un solo nano potrebbe bastare, un beppe grillo (che si scalda da tempo), uno di questi indignati televisivi che avrebbe la presa giusta sull'unico tema che sta a cuore a ogni fottuto cittadino: il portafoglio (con annessa gogna pubblica dei potenti). Quanno se parla de sòrdi nun ce n'è pe nessuno. E' chiaro che quella cianfrusaglia bollita tipo occhetto, salvi, e via moraleggiando è roba buona solo per le pagine politiche del Corriere. Per Tangentopoli ci furono i conduttori tv. Nel 2001 ci hanno pensato comici, attori e registi. Stavolta a chi tocca aizzare il popolo contro il governo ladro? Secondo me andrà a finire che Prodi vincerà, i Ds mascariati saranno un po' meno spacconi e i cosiddetti poteri forti saranno forti come sempre a ricevere laute prebende. Ma se mi arrivano i nani moretti so' cazzi. Almeno ci si diverte.




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3 gennaio 2006


Potere

E' purissimo, alla luce del sole, senza il manto ipocrita di un presunto "interesse generale" da difendere, giocato a tutto campo, tutti contro tutti, con doppi tripli e quadrupli giochi. E' lo scontro di potere no frills cui possiamo assistere dalla prima fila senza bisogno di stare tanto a fare i segugi. E' tutto visibile, finanza rossa contro finanza bianca deviata contro finanza bianca da salotto buono contro finanza laica internazionalista. Il tutto condito con nuovi faccendieri, bracci destri e sinistri, lotte senza quartiere tra mezzi di comunicazione irreggimentati, che hanno avuto semplicemente l'imbarazzo della scelta nel decidere con chi schierarsi. Ognuno a occupare la sua casella, grande o piccola secondo il proprio regime di fuoco. E ogni gruppo cerca di prevalere sull'altro, in una lotta alla sopravvivenza che vede l'utilizzo di qualsiasi mezzo. A fasi alterne prevale l'un blocco, oppure l'altro. Con cadenza mensile o settimanale, a volte anche giornaliera. Basta un colpo tirato nell'angolino giusto e si ribalta il risultato, si rimettono in discussione i rapporti di forza, che ovviamente sono l'unico metro per misurare tutta questa vicenda. E i soldi, che sembrerebbero la cambiale fine a se stessa alla base di tutta questa roba, non sono altro che lo strumento base per il dominio dell'uomo sull'uomo, ovvero del potere. Come Tangentopoli, il momento della transizione (in questo caso la fine di Berlusconi, all'epoca la fine del Pentapartito) è il momento del piatto ricco mi ci ficco. Tutti vogliono essere della partita, perché da questo match si decide chi potrà accedere al tavolo da gioco nel prossimo spezzone di pax, qualche anno.




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24 dicembre 2005


Il Principe (grazie madame)

Se non avete mai attraversato il portoncino rosso di Antonello Colonna, non conoscete il paese delle meraviglie.




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28 novembre 2005


Prosciutto di tacchino e barbaresco

Chi era Richard Nixon? Chi è Silvio Berlusconi? Chi è il nostro John Fitzgerald Kennedy? Quanto c'entra l'odio con la politica, quanto c'entra la psicanalisi con il potere? "Quando vedono te, vedono quello che vorrebbero essere; quando vedono me, vedono quello che sono. Per questo mi odiano", dice alla fine di "Intrighi di potere" il Nixon di Oliver Stone che si rivolge al ritratto del defunto JFK, in un corridoio della Casa Bianca. Quanto è forte la propaganda, l'ottenebrazione collettiva, la creazione inconsapevole del caprio espiatorio generale? Quando la manipolazione diventa coscienza quali sono le conseguenze? Quanto conta la creazione di realtà parallele e quanto è utile il loro disvelamento? Quale fiction preferite, quella dello stadio Olimpico o quella del Transtatlantico? Il moto ondoso è movimento anche quando il mare è calmo? Il pericolo è là fuori o qua dentro? Vale di più un contatto sottratto ad un certo programma tv o un voto attribuito a quel determinato partito?




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17 ottobre 2005


Alle primarie ho votato Walter Veltroni

Finalmente i partiti di centrosinistra hanno aperto porte e finestre dei propri palazzi. Si sono messi in mano ai propri elettori per fargli scegliere in maniera democratica chi dovrà guidare la coalizione e forse il paese. E' stata competizione vera, quella tra Romano Prodi e Walter Veltroni, con i due leader che hanno illustrato le proprie idee in giro per l'Italia negli ultimi quattro mesi e si sono scontrati per tre volte in dibattiti televisivi trasmessi da Raitre, Mtv e Bloomberg Tv. La battaglia dei 6x3 è stata degna di una vera e propria campagna elettorale, con Walter che si è appoggiato a Proforma per i post-it azzurri e lo slogan "Posso", Romano che ha optato per un più rassicurante "Governare per la democrazia". Anche i programmi erano ben distinti: il sindaco solidal-blairista, il Professore social-rigorista. Ancora non so chi abbia vinto, ma io ho votato Veltroni.




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18 settembre 2005


Eutanasia per Giovanni Paolo II

"Lasciatemi andare alla casa del Padre". Il Vaticano ha deciso di rendere pubbliche le ultime parole di Giovanni Paolo II, pronunciate intorno alle 15.30 del 2 aprile. Alle 19 il Papa è entrato in coma e alle 21.37 è morto. Questa la versione ufficiale. Ma se è presumibile che quelle parole, così sublimate dagli organi ufficiali vaticani, non siano state pronunciate a caso, quale potrebbe essere il loro significato? In quel "lasciatemi" sembra esserci la richiesta di rompere un intralcio, una difficoltà. Il Papa chiede la possibilità di andare alla casa del Padre, quindi di morire. Ma se la chiede è evidente che quella possibilità, nella condizioni in cui si trova al momento della richiesta, gli viene negata. Forse gli viene negata dai macchinari che lo tengono in vita e protraggono una lenta ma certa agonia? Cosa significa, che il Papa ha chiesto di morire? Che per lui è stata decisa una buona morte? Che Giovanni Paolo II ha fatto capire ai medici di essere pronto per (e anzi di volere) andare all'altro mondo? Altrimenti quel "lasciatemi" è poco comprensibile e nel mondo ecclesiastico, si sa, le parole pesano.




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12 luglio 2005


Perché non faccio politica

Io credo che serva una fase di “solidarietà occidentale”. Una fase in cui non ci si divide più sulle decisioni degli Stati Uniti o della Francia. Sulle strategie dei willing o della vecchia Europa. Perché il modello possibile per superare questo stillicidio di terrore ce lo abbiamo in casa, nel nostro album dei ricordi (ricordi, peraltro, che ogni tanto ritornano di soprassalto). E il modello è quello che ha permesso allo Stato italiano di sconfiggere le Brigate Rosse. All’epoca fu chiamato “solidarietà nazionale”, perché tutte le forze politiche (Dc e Pci in primis) capirono che la battaglia era per destabilizzarci tutti e per distruggere la nostra società tutta intera. Per questo la soluzione non fu dire che tutti i comunisti erano brigatisti (un po’ come dire che tutti i musulmani o gli arabi sono dei terroristi), ma far capire che i brigatisti erano soli e non più appoggiati neanche da quelli che li chiamavano “compagni che sbagliano”. La soluzione fu lasciarli soli, e per farlo fu necessario spiegare (in maniera anche brutale) che la loro linea era ritenuta perdente innanzitutto da quelle masse in nome delle quali dicevano di agire. E allora oggi la strada per sconfiggere il terrorismo di matrice islamica e binladiana è quella che passa attraverso il metodo blairiano e comunicativo della risposta: dare a intendere che anche cinquanta morti nella metropolitana non cambiano nulla. Ma il primo dovere dell’unità occidentale è quello di eliminare le divisioni. Si può non essere d’accordo con la guerra in Iraq (che peraltro ha mostrato l’altissima incapacità da parte degli statunitensi di organizzarla, gestirla e renderla efficace, con risultati disastrosi testimoniati quotidianamente), ma una volta che il fratello maggiore ha approntato una risposta, occorre sostenerla. Magari preparandone nel contempo un’altra, che può essere quella di lavorare per far emergere le forze più moderate nei vari paesi arabi o di mettere in pratica tutte quelle belle parole sull’abbattimento della povertà etc. Ma dividersi come hanno fatto gli stati che hanno attaccato frontalmente l’intervento è un atteggiamento suicida che apre una falla immensa per il liquido messaggio terrorista, perché dà una speranza di riuscita alla strategia degli attentatori. Il problema non è prenderli uno per uno e ammazzarli, come vorrebbe Bush, ma far comprendere che non ce la faranno mai, che sono destinati a perdere, come ha detto Blair. E su questo non possono esserci divisioni. Quando ci furono le Due Torri quanti italiani e quanti spagnoli e quanti francesi hanno pensato e detto: “Se la sono cercata, ben gli sta, è la conseguenza inevitabile per chi vuole fare il poliziotto del mondo”? Ecco, se non si sradica chi la pensa così e non si evita che buona parte della nostra società dica le stesse cose dei tagliatori di teste (attaccare l’America per la guerra in Iraq, purtroppo, porta a questo equivoco), vorrà dire che per i prossimi quarant'anni ci terremo la nostra bomba annuale nelle metropolitane d’Europa.




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24 maggio 2005


Ricucci e Rutelli: daje!

Sono i due outsider del momento. Stanno abbattendo a colpi di assemble federali e miliardi sonanti un sistema stabile nel suo precipitare verso il gorgo. Perchè anche se adesso tutto andrà a scatafascio, lo scossone di chi non vuole scivolare sulla vita come fosse un fottuto piano inclinato mi piace. E allora se Stefano Ricucci diventerà l'editore del Corriere della Sera e i palazzinari potranno disporre finalmente di banche, giornali, merchant bank e aziende storiche (nel mirino, oltre alla Rcs, ci sono Bnl, Antonveneta, Mediobanca, Generali e Fiat) mi va bene. All'inizio ero tra quelli che dicevano: "Via questi buzzurri dalle nostre tasche!", ma a vedere la battaglia di civiltà che si è scatenata contro di loro da parte di chi non ha mai rischiato nulla nella propria vita e vive sulle spalle dei privilegi accumulati da decenni di generazioni avvoltolate nei salotti bene, ecco mi è venuta una simpatia istintiva. E lo stesso si dica per Francesco Rutelli: non la stiamo a menare da mesi che la Seconda Repubblica è una schifezza e che questo ulivismo scialbo dieci anni dopo è insopportabile e inutile? E allora tante vale che arrivi finalmente er Cicoria a sparigliare e a rimettere in discussione il destino già scritto di una politica impotente. E' il momento del Fattore R.




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18 maggio 2005


Empolismo e brasilianizzazione

"Il terremoto è l'umore di una città che non sopporta regole perché la sua natura è sregolata e strafottente come il napoletano Scapagnini che tutti sfottono perché, bel vecchio, ha lasciato la signora per la giovane brasiliana, bene esibita in campagna elettorale, a due passi dalla moglie. (...) In realtà tutti invidiano Scapagnini nella città di Brancati, dove la brasiliana è l'ossessione che diventa il cielo toccato con un dito, e dove anche ringiovanire significa sesso rianimato, come dimostrò l'irruzione della polizia nel bordello con il Viagra in sala d'aspetto, pillole da ingoiare nelle pause".

[Francesco Merlo, "Repubblica" di oggi]

I viados e Magda Gomes, l'olgiatismo e le borgate favelizzate, le veline e i morti intorno a Campo de' Fiori alle due di notte, il carnevale a Palazzo Chigi e la sessualizzazione totale, il porno come programma di governo. Il trip dell'ultimo libro di Giuliano Da Empoli sul nostro futuro brasiliano è qualcosa in più di una semplice suggestione anfetaminica da pamphlettismo brillante. E l'esponente principe di questa nuova tendenza trans della politica italiana non può che essere Massimo D'Alema, la mattina fiero oppositore democratico del berlusconismo, la notte allegro commensale di casa Letta.




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9 maggio 2005


Prendere la televisione (un talk show per il centrosinistra)

Io non credo che il problema sia la pubblicità, come dice Beppe Grillo (che invece sui grandi industriali senza soldi ha ragione da vendere quando cita Rinaldini). E' vero, mi girano sempre i coglioni quando la Telecom mi chiama la mattina a casa per parlarmi dell'ultima vantaggiosissima promozione, ma basta dire di non essere interessati e finisce lì. Invece la questione è sulla televisione. Va bene che la Rete sta crescendo (ma non ha ancora un decimo del potere che ha, per esempio, in Usa), però in Italia il cuore dell'immaginario e della conoscenza è ancora in quella scatoletta cranica della società che sta posizionata esattamente di fronte alla poltrona. Chi vuole governare, chi vuole contare, chi vuole comandare deve passare da lì. E allora se il centrosinistra vuole veramente vincere e durare, se veramente crede di essere in grado di cambiare in meglio la situazione, deve iniziare a pensare seriamente ad un proprio talk show. Gli anni Novanta sono stati l'epoca della realtà al ribasso offerta da Maurizio Costanzo. Questo inizio di Duemila è stato (ed è ancora) appannaggio del sogno mistico di Porta a Porta, dove l'irrealtà berlusconiana e l'irrealtà vespiana si sono fusi in un'unica immensa poltroncina bianca (e celeste). Ora il futuro. Il programma del centrosinistra deve essere innanzitutto televisivo.




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6 maggio 2005


La pozione magica di Tony Blair (e le iene di D'Alema)

La differenza tra il centrosinistra italiano e il New Labour è tutta lì, nell'ultima disperata uscita di Massimo D'Alema che da anni prova ad essere la punta di diamante del riformismo nostrano senza riuscire nemmeno a prendere una posizione che non sia corredata dalle imbarazzanti accuse ai giornalisti di turno. Ecco, D'Alema per aver inviato un paio ci cacciabombardieri in Kosovo sta ancora finendo di pagare il salatissimo conto con l'opinione pubblica (per non parlare di tutte le altre uscite simil blairiane sui sindacati, le privatizzazioni etc.). Il riconfermato premier inglese, invece, è definitivamente entrato nella storia con il terzo mandato pur avendo trascinato il proprio paese in una guerra che a rigor di logica non lo riguardava e che il popolo non sentiva minimamente. Il miracolo di Blair è aver vinto nonostante l'Iraq, altro che aver perso seggi a causa dell'Iraq. Perché un governo di sinistra che entra in guerra e si conferma vincente è un caso unico nella politica. E allora forse sarebbe il caso di capire quale pozione magica il Labour ha datto alla Gran Bretagna, facendola crescere incessantemente da anni pur con il mondo intero (in particolare l'Europa) in recessione.

Forse l'Italia non è ancora (!?!) pronta per un centrosinistra di quel tipo, forse D'Alema quando ci provò non aveva tutte le carte in regola. Fatto sta che quell'esperienza (del 98-2000) ha fallito e oggi non mi sembra che possa essere Prodi l'uomo giusto per riproporre la via riformista. Tutt'al più per riproporre la via al lambrusco.




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24 aprile 2005


La campagna elettorale di Papa Ratzinger

Forse non avrà bisogno di presentare un programma di governo (ma chi ci crede, sono giorni che non fa altro che proclamare la filosofia della sua nuova Chiesa), ma una cosa è certa: Benedetto Decimosesto non si ritrova Papa per caso. La sua è stata una vera e propria campagna elettorale, come la ricostruisce perfettamente Jeff Israely su Time Magazine (secondo la segnalazione di M.D.). Una "stealth campaign", iniziata nel momento in cui Giovanni Paolo II decise che Joseph non avrebbe dovuto lasciare l'ex Sant'Uffizio, sebbene avesse raggiunto i limiti d'età. "Ratzinger seems to have grabbed the ball and run with it for two weeks". Perché dalla Via Crucis all'omelia di apertura della Cappella Sistina la scena è stata tuta completamente sua. Una manovra di palazzo perfetta, come quella che portò il primo comunista a Palazzo Chigi nel '98. "A good conclave is one where there are at least two candidates deadlocked. A bad conclave is where there's one dominant figure. That was the case this time". Ora bisogna capire se qualcuno sarà in grado di costruire la terza via tra il Papa e Zapatero.<




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1 aprile 2005


Forza Centrosinistra!

E va bene, il Papa ci ha rovinato la festa. Per quelli come me che passano tutto l'anno in attesa della primavera, perché a primavera si vota, ci sono le adrenaliniche campagne elettorali e soprattutto c'è il momento dello spoglio, insomma per noi non avere avuto stasera i comizi di chiusura e i botti dell'ultimo giorno è stato un duro colpo. Niente è più irresistibile di una campagna elettorale. Sia farla che seguirla. Perché devi essere a mille 24 ore su 24, tutto succede in un vortice pazzesco. E' come surfare sopra uno tsunami. E' come giocare a tennis contro il lanciapalle automatico regolato alla massima velocità. E non puoi sbagliare un colpo. E allora la mia speranza è che il centrosinistra stravinca. Che finisca undici a tre o dodici a due o tredici a uno. Perché si aprirebbe un cratere rivoluzionario in grado di rishakerare tutto. Abolizione della Seconda Repubblica, rinnovamento dello scenario e attori diversi in campo. Le transizioni sono così, cominci con Occhetto e ti ritrovi Berlusconi a Palazzo Chigi. E allora la vittoria del centrosinistra con un margine abissale avrebbe delle conseguenze inimmaginabili e quindi auspicabili. Ma forse non succederà e finirà dieci a quattro, come è probabile. Intanto lunedì sera vorrei godermi qualche bella dichiarazione degli sconfitti. Come Pippo Baudo nel 2001 dato in pasto a giornalisti (e a un brillantissimo Ferrara) per ammettere la disfatta di Democrazia Europea. Sento il profumo dei calcinacci.




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1 aprile 2005


Il profumo della notizia

Ma che cazzo ne so, sono un novellino. Però c'è questa ossessione, che si chiama notizia, e se sei a cena con una gentile non puoi comunque resistere. Parti e vai, verso la piazza San Pietro, a vedere quello che succede. A vedere cosa dicono i (colleghi) giornalisti. La Chiesa è una cosa millenaria, che se ne frega di qualche mese di interregno o del fatto che per un po' decide Don Stanislao. Ma la notizia, bella candida cristallina lapalissiana. La vedi lì, tra le telecamere di Sky e l'inviata della Cbs. Esserne parte. Che il Papa muoia oggi o tra un mese o l'anno scorso è questione inutile. Perché la Chiesa se ne frega. Ma il profumo della notizia è peggio di una droga, lo scorrere incessante dei dispacci di agenzia è simile a quella polverina bianca. E comunque io c'ero.




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25 marzo 2005


L'idea non è l'anagrafe (a proposito dei trentenni)

Figuriamoci se non sono d'accordo con il famigerato ricambio generazionale. Figuriamoci se non mi rode il culo a vedere che dopo dieci anni abbiamo ancora una volta lo scontro tra il Pelato e il Tinto. Figuriamoci se non sarebbe il caso di mandare a cagare tutti gli immortali che da svariati lustri hanno in pugno la politica, la televisione, il giornalismo, la cultura, etc. Figuriamoci se non godrei come al mio primo coito se vedessi finalmente cadere le statue dei nostri Saddam Hussein dalle piazze del potere. Ma la soluzione non è nell'anagrafe. Non basta (anzi, ha poco senso) sostituire i "cinquantenni" con i "trentenni", riorganizzare il casellario e sostituire le pedine. Ma chi se ne frega che al posto di Pierluigi Battista ci sia la sua brutta copia di vent'anni più giovane. Non cambia nulla se c'è Telese che tenta di fare il Ferrara magro (a parte per la carriera di Telese). Il discorso è un altro. Parliamo dell'idea, invece di riempirci la bocca delle date di nascita. Parliamo del cambiamento, invece di stare a predicare lo scatto negli stipendi. Che cosa si vuole (vogliamo) terremotare e perché. Altrimenti ognuno può tranquillamente continuare a fare per conto suo.

[Finalmente la Soncini ha azzeccato un pezzo dopo settimane di mestizia: "Il trono d'Inghilterra andrà a William, le poltrone d'Italia andranno a gente che trent'anni non ce li ha da quindici anni né da due. Che il futuro sia dei coetanei di Melissa P. e non di quelli di Alessandro Piperno è cosa evidente a chiunque, tranne che ai nostri trentenni, i Carlo e Camilla che ci meritiamo"]




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15 febbraio 2005


Democrazia nell'Ulivo

Sono emozionato. Per la prima volta da non so quanto c'è un vero momento di democrazia dentro la Federazione dell'Ulivo (assemblea dei parlamentari trasmessa da Radio Radicale per un vero servizio pubblico). I leader, ma anche i semplici deputati, stanno discutendo sulla posizione da tenere in maniera pubblica, aperta, libera. Certo, i sedicenti fan delle primarie e dell'assemblearismo hanno deciso di fare altro. Prodi è a Parigi. Parisi ha parlato tramite comunicato stampa senza intervenire all'assemblea. Fassino ha espresso il suo parere con un articolo pubblicato oggi sul Corriere della Sera. D'Alema con intervista su Repubblica. Boselli non ha partecipato fino a pochi minuti fa (probabilemnte inviato di forza dai prodiani messi in un angolo da Rutelli). A parte il presidente della Margherita, che è stato zitto per giorni sulla questione ed è intervenuto circa una mezz'ora fa per dire la sua ("o presentiamo un odg che ci distingue da Bertinotti, oppure è lecita l'astensione"), proponendola all'assemblea non a mezzo stampa ma direttamente all'uditorio, tanto è vero che nessuno la conosceva. E io che credevo di dovermi continuare ad avvilire perché la posizione di buonsenso contro il ritiro e il no al rifinanziamento era stata lasciata a Franco Marini, non proprio un politico del futuro.




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13 febbraio 2005


Siamo il terzo mondo del centrosinistra


 


 


 


 

Mentre Tony Blair si avvia a vincere per la terza volta le elezioni inglesi e regala ai suoi elettori una tesserina dove sono scritti i sei impegni di governo (noi possiamo consolarci con le quattro paginette promesse da Prodi qualche settimana fa), mentre Howard Dean da sconosciuto governatore marginale è riuscito grazie ad una splendida campagna comunicativa (thanx to Joe Trippi) a diventare il leader del partito democratico americano (dando il proprio valido contributo per una probabile sconfitta alle prossime elezioni presidenziali), da noi il centrosinistra tiene una posizione sull'Iraq che neanche l'unione marxista leninista maoista, nel giorno in cui Kofi Annan spiega che l'Onu non è in grado di andare laggiù a sostituirsi ai soldati americani e sostiene con forza il cammino democratico messo in piedi da George W. Bush. Qualcuno glielo dica anche a Fassino.

 

 

 

 

 

 

 

 




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8 febbraio 2005


Il grande sconfitto del Palalottomatica è Walter Veltroni

Ho aspettato tre giorni. Il primo (domenica) era anche giustificabile che fosse privilegiato il contenuto dell'intervento ad un'analisi attenta del senso di quanto aveva detto. Il secondo (lunedì) già mi era venuto il sospetto che oramai non se ne sarebbe parlato più. Il terzo (oggi) ho visto che ancora le pagine politiche indugiavano su quella minchiata di Craxi e allora ho capito. Nessuno ha scritto e scriverà che il grande sconfitto del terzo congresso dei Ds (ebbene sì, lo scontro non c'è stato causa candidato unico, ma lo sconfitto salta sempre fuori) è Walter Veltroni. Il sindaco è stato bravissimo a fare il suo discorso straemozionante di rito, che ha inebriato commentatori e militanti, ma le sue ultime mosse politiche sono segnate dall'enorme secchiata di merda che si è dovuto ingoiare negli scorsi trenta giorni. E' stato terribile vederlo partecipare, dopo tre anni di assenza, alla direzione dei Ds, dove ha dovuto sostenere a spada tratta addirittura la posizione di Massimo D'Alema. Per non parlare di quanto ha detto al congresso (un inginocchiamento al genio del suo nemico storico che a raccontarlo un anno fa non ci avrebbe creduto neanche Claudio Tito). Insomma, dopo essersi tenuto rigorosamente lontano dai partiti (e dal suo in particolare) per tre lunghi anni, Walter ha dovuto buttare nel water tutta la sua strategia perché oramai privo di qualsiasi spazio di manovra (i ds non vogliono far fuori Prodi e soprattutto non lo sostituirebbero con lui ma con Fassino) e tornare mesto mesto all'ovile. E così se fino a qualche mese fa era l'uomo in grado di unire tutti i partiti della coalizione perché super partes, ora è tornato ad essere uomo di partito nel senso più stretto del termine. Una sconfitta chiara, cristallina, che nessuno ha voluto non dico registrare, ma neanche ipotizzare.




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5 febbraio 2005


Un congresso onanistico (tre giorni al Palalottomatica)

Cosa rimane di questo terzo congresso dei Ds? Poco o nulla. Un'occasione sprecata, un'immensa macchina organizzativa che ha prodotto meno del minimo possibile, perché nel momento in cui le vicende interne erano marginali (non c'è stato nessun congresso, perché non si votava nulla e la competizione prevedeva un solo candidato, Piero Fassino, quindi si poteva proiettare le discussioni su altro) avrei voluto sentir parlare al paese, agli italiani. Invece i tre capisaldi enunciati dal Segretario (pronunciato rigorosamente con la maiuscola al Palalottomatica anche nella lingua parlata) sono stati alleanza larga, Prodi leader e timone riformista (tre argomenti totalmente interni). E poi c'è stata tutta la prosopopea sul partito riformista dei vari D'Alema e Veltroni. Insomma, l'impressione è che ai diessini non freghi un cazzo degli altri elettori. La loro unica preoccupazione è parlare tra di loro, ai loro e per i loro. Non ci sono messaggi forti sull'idea di Italia che vogliono costruire. Il loro sogno è un grande partito dei Ds che diventa ipso facto società italiana. Si propongono esclusivamente per come sono, "migliori degli altri" come hanno detto praticamente tutti coloro che sono intervenuti dal palco. Non vogliono dare ricette o avanzare proposte, chiedono solo di essere investiti del potere di andare al governo perché loro sono più bravi e ce lo dimostreranno quando lavoreranno per noi. Ma il come lavoreranno non è dato conoscerlo. Come ha scritto Concita De Gregorio nel suo inno all'essere "fuori moda", "parlano a voce così bassa che bisogna dirgli 'voce', parlano come ragionando fra sé". Ecco, tre giorni di chiacchierata tra compagni, ma tutti coloro che non fanno parte né della loro stirpe antropologicamente e politicamente migliore, né del circo mediatico di Silvio Berlusconi (strategia penosa quella che ha messo in campo in questi giorni), a chi si devono rivolgere? Ecco perché il partito riformista come l'ho sentito annunciare all'Eur non nascerà mai. Perché i Ds già ci sono e oltre quel 22 per cento e spiccioli non possono andare. Almeno se continuano così. Il motore della politica è cercare di conquistare sempre nuovi sostenitori, tentando di intepretare le nuove sfide e il rinnovamento della società. Quello dei Ds (e di Romano Prodi) è invece un mondo vecchio. La ricerca di Diamanti (giovedì su Repubblica) ha fatto vedere che i maggiori consensi li raccolgono al Sud, tra i pensionati e tra i lavoratori dipendenti. Categorie sociali tutt'altro che all'avanguardia. E al congresso era impossibile trovare non dico un ventenne (quelli non si sono visti neanche tra i camerieri dei bar), ma almeno un trentenne. D'altronde quando un partito si riempie la bocca di parole come "orgoglio" il passo successivo (se non precedente) è proprio la più atroce autoreferenzialità. Ecco, una sega durata tre giorni.

[Media Quotidiano]




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10 gennaio 2005


Quanto conta lo spin

Mentre Romano Prodi ha trascorso gli ultimi due anni tra il facchinaggio nella sua amata Bologna e le delibere sulle galline della Commissione Europea, Walter Veltroni con un lavoro da fuoriclasse vero si è premurato di convincere tutta (e dico tutta) la stampa italiana che il candidato a premier più spendibile per il centrosinistra sarà lui. Nelle redazioni non c'è un giornalista che creda veramente nelle possibilità di Prodi. Non c'è un opinion leader che appoggi il Professore. Grazie ai concerti oceanici, alle notti bianche inutili e costose, ai grandi appuntamenti di popolo e cultura, ai sondaggi pilotati sul gradimento al 110 per cento, insomma, grazie ad una maestria mediatica della quale Silvio Berlusconi ha sempre avuto paura Veltroni ha portato dalla propria parte tutti i media. E questo non per dire che la comunicazione sia tutto, ma se oggi il sindaco ha le buone chances che ha lo deve al fatto che i giornali (e quindi le persone che contano) siano convinti delle sue potenzialità. A convicerli è stato lui, mica la fata turchina.




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5 gennaio 2005


Il patto del Campidoglio

La vera notizia politica di questi tempi rivoluzionari, come scrive anche Mario, è il nuovo accordo tra Massimo D'Alema e Walter Veltroni. Il fatto che quasi nessun giornale ne parli (Repubblica ha fatto lo scoop due settimane fa, ma il fatto che gli sia stato passato dagli uomini del sindaco impedisce un reale approfondimento della vicenda) è incredibile. Ma a questo punto per il Professore si mette veramente male. I due politici più cattivi e scaltri della sinistra italiana, eredi unici e ultimi della tradizione comunista, fanno cacare sotto anche Berlusconi, che infatti contro questi due nel '95-'96 ha preso tanti di quegli schiaffi che ancora se lo ricorda. Nei palazzi c'è frenesia e io ho pagato una coca media 1,75 euro invece di 1,60, alla faccia dell'inflazione al 2 per cento. "Gianni!!"




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3 gennaio 2005


2005: l'anno della rivoluzione

C'è una strana brezza intorno a questo nuovo anno. Sarà la politica o il cabernet. Saranno gli tsunami sola igiene del mondo o giù di lì. Ma si sente profumo di cambiamento, preannunciato caldo caldo da qualche segugio che ha voluto gradire lungo un marciapiede della Capitale. Avevo per le mani ieri una copia del Sunday Times, con immancabili articoli sulle tendenze di questo benedetto anno nuovo vita nuova. L'espertologa di turno diceva che quelli appena iniziati saranno i mesi del sonno. La gente pagherà per dormire bene e i nuovi privilegiati saranno quelli che riescono ad arrivare alla mattina senza alzarsi dieci volte per una pisciata che non vuole uscire ma è solo insonnia da stress. Io, che notoriamente vado giusto di corpo e la notte dormo come un bambino quale sono, non ho sonno. "Gianni!!"




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23 dicembre 2004


E' partito l'effetto valanga

Il Corriere mette tranquillamente in pagina articoli che parlano del chiacchiericcio intorno ai nomi alternativi sulla leadership (e i nomi in realtà sono uno solo: Walter Veltroni) e Repubblica, con un editoriale durissimo del direttore, scarica in maniera totale la classe dirigente di questo centrosinistra. E' incredibile, però, che Ezio Mauro proponga quell'analisi senza vie d'uscita e poi alla fine non abbia il coraggio di dire chiaramente che serve un cambiamento in profondità. Se dice che da tre anni il centrosinistra vive su un altro pianeta (quello dei pastoni e delle riunioni di autoanalisi), come può concludere che devono essere i partiti stessi a tentare di rinnovarsi? Comunque secondo me a giorni arriva l'intervista (di qualche grande vecchio) o l'editoriale (di qualche eugenio scalfari) a killerare definitivamente il Professore, che la fossa se l'è scavata da solo ("se trovano uno meglio di me tolgo il disturbo").




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14 dicembre 2004


Due vecchiette rincoglionite, ovvero il centrosinistra di Prodi

Mi trovo in una viuzza dietro piazza di Spagna con alcuni amici. Arrivano due vecchiette con un biglietto da visita in mano e ci chiedono: "Scusate ragazzi, sapete per caso qual è largo del Nazareno?". Noi gli indichiamo che è lì di fronte a pochi passi da noi, da dove siamo si vede anche la lastra di marmo con su scritto bello grosso "LARGO DEL NAZARENO" (peraltro uno spiazzo molto piccolo). Le due vecchiete ringraziano e fanno altri cinque metri nella direzione giusta. Ma sono contrariate. In realtà non si sono fidate. E allora si fermano e iniziano ad interrogarsi tra di loro tenendo in mano il bigliettino. Vorrebbero chiedere a qualcun altro, ma non c'è nessuno che le ispiri (e in cuor loro non si fidano più di nessuno). Allora camminano in maniera poco convinta verso la parte destra del largo in questione fino ad arrivare quasi sotto la lastra di marmo (che evidentemente non riescono a leggere). A quel punto, però, escono irrimediabilmente dalla loro meta ed entrano in via del Pozzetto. Ma non sono più nella nostra visuale. Dopo un paio di minuti ritornano, con fare agguerrito, in largo del Nazareno, ampie falcate fino al centro dello spiazzo, un'altra pausa per rifiatare e scompaiono definitivamente verso via del Tritone. La politica è dappertutto.




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5 dicembre 2004


Finalmente il Professore ha una strategia

Romano Prodi ha fatto bene a sparare quelle cannonate sui mille mercenari di Forza Italia. Non tanto per il merito della questione (la solita polemichetta da fine settimana che non credo abbia tolto il sonno agli italiani). Quanto perché in questo momento il Professore ha bisogno di polarizzare su di sé le mitragliate del centrodestra per far capire all'opinione pubblica che è lui l'uomo che si contrappone al Cavaliere. Dopo cinque anni di minchiate europee, ora Prodi deve far intendere a tutti gli italiani (e non solo a quelli che leggono i retroscena di Fabio Martini) che è tornato per guidare il centrosinistra e candidarsi contro il premier. E l'uscita in pieno stile berlusconiano di ieri ha esattamente questo scopo (spero).

L'unico nemico del Gran Maestro dell'Ulivismo è lo sconfittismo. Se Berlusconi riesce a lanciare, come accadde con le regionali del 2000, l'onda ottimista della vittoria e a sinistra si fanno prendere dal pessimismo stile Jena dell'altroieri, sono cazzi. Perché sotto traccia è sempre più evidente che ci sono ampi settori del centrosinistra che Prodi proprio non lo digeriscono. E non parlo dei leader, le cui schermaglie sono dettate solo dal tentativo di poter contare di più alla tavola dello spartimento di un eventuale governo 2006. Secondo me si sta muovendo qualcosa tra i militanti, gli opinionisti, i quadri locali, gli esponenti politici magari un po' marginali. Che non hanno molto da perdere da un'eventuale defenestrazione del Professore, a differenza dei vari D'Alema, Fassino, Bertinotti, Di Pietro etc. E se quelle cavolo di primarie diventassero (cosa sostanzialmente impossibile) una competizione seria, allora potrebbe cominciare la Terza Repubblica.




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